7 aprile. Giornata mondiale per il diritto alla salute

7 aprile. Giornata mondiale per il diritto alla salute

A partire dal 1950, il 7 aprile di ogni anno, in ricordo della data in cui entrò in vigore l’Organizzazione Mondiale della Sanità, molti enti istituzionali di tutto il mondo insieme ad organizzazioni non governative, associazioni di professionisti, movimenti di cittadini, celebrano la Giornata mondiale per il diritto alla salute. Ogni anno l’attenzione è rivolta ad un tema differente. Così, mentre nel 2015 ci fu occasione di riflettere sulla sicurezza alimentare nel mondo, due anni fa l’evento si svolse portando sui tavoli di lavoro internazionali la drammatica epidemia di diabete, e l’anno scorso si discusse della depressione. All’edizione 2018 è stato scelto di dare il titolo “Copertura sanitaria universaleper tutti e dovunque“. Gli stati membri dell’Europa hanno aderito all’appuntamento con lo slogan “Health4all” per rivendicare il diritto alla salute con accesso universale e non commerciale alle cure sanitarie.

 

C’è crisi nel Servizio Sanitario Nazionale?

Nel nostro Paese, e da diversi anni in particolare proprio da noi al sud, l’erogazione dei servizi sanitari ha subìto una razionalizzazione drastica. La crisi economica mondiale e le politiche di austerity che ci sono state imposte dall’UE hanno inciso significativamente sui tagli alla spesa sanitaria, che è una delle principali voci del bilancio pubblico, fatta di finanziamenti destinati ad acquisire e mantenere risorse materiali, strumentali e umane. Il Ministero della Salute ha scelto di eliminare alcune prestazioni dai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza, cioè le prestazioni erogate gratuitamente perché riconosciute come fondamentali per godere del diritto alla salute), ponendole economicamente a carico del cittadino. Il blocco delle assunzioni, che non ha permesso la compensazione del numero dei pensionamenti, ha ridotto sensibilmente la disponibilità di operatori in servizio. Il precariato dei giovani laureati di tutto il comparto sanitario ha spinto molti a cercare un impiego stabile e meglio remunerato all’estero. Si calcola che in molte Regioni italiane l’età media dei medici sia di 60 anni, e pressoché ovunque c’è grave carenza di personale infermieristico. In queste condizioni si comprende bene come la tempestività e la qualità delle cure erogate attraverso il Servizio Sanitario Nazionale risultino compromesse in termini di efficienza e di efficacia. Sempre più spesso, le liste d’attesa per la diagnostica e per i ricoveri sono eccezionalmente lunghe, perfino nei centri privati convenzionati. Infine, molte strutture ospedaliere e ambulatoriali sono state fortemente ridimensionate, spesso in mancanza di una pianificazione delle attività e dei reparti da mantenere operativi corrispondente al fabbisogno reale del bacino di utenza.

 

La medicina integrata come risposta

A qualcuno potrà sembrare un paradosso che una struttura privata come la nostra decida di dare il suo contributo, seppur modesto, alla riflessione globale di quest’oggi in cui si rigetta il modello di privatizzazione delle cure. In realtà, pur agendo fuori da un regime di convenzionamento pubblico e nell’impossibilità di operare come ente benefico, noi ci sentiamo profondamente in sintonia con questo spirito.

In primo luogo, abbiamo scelto di declinare l’offerta dei nostri principali servizi in chiave preventiva, sollecitando sempre nei pazienti una riflessione attiva e costante sulle pratiche autonome di buona salute. Riteniamo fondamentale che chiunque, in fase di diagnosi e poi nel periodo di terapia, abbia il diritto di ricevere tutti i chiarimenti utili per continuare a gestirsi a casa, in modo autosufficiente e competente, a conclusione del ciclo di trattamento. Incoraggiamo la consapevolezza di quelle azioni, all’apparenza semplici, che incidono profondamente sullo stato di salute e benessere. Dopo una valutazione attenta delle condizioni cliniche globali, in casi selezionati, concordiamo una riduzione graduale delle terapie mediche non indispensabili, soprattutto quando queste siano gravate di effetti collaterali potenzialmente severi.

Impostiamo protocolli di terapia integrata per svezzare il paziente dal ricorso continuativo a farmaci di larga prescrizione: le statine per il controllo del colesterolo, gli immunosoppressori per diverse patologie autoimmuni, gli ipoglicemizzanti orali per il diabete non insulino-dipendente, i lassativi nella stipsi ostinata, gli antinfiammatori non steroidei per il dolore cronico, gli inibitori di pompa per il reflusso gastroesofageo, gli antidepressivi e gli ansiolitici nei disturbi dell’umore non complicati che possono giovarsi di un percorso di psicoterapia.

Infine, crediamo fortemente nella necessità di difendere l’ambiente in cui viviamo e promuoviamo iniziative che possano favorire la circolazione delle idee e la diffusione della cultura. Sappiamo infatti che la nostra salute è strettamente correlata alla salubrità dell’aria, dell’acqua e dei suoli, e che un grado di cultura più elevato permette di attuare comportamenti salutari consapevoli.

Saremmo felici di offrire le stesse prestazioni in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale, senza altro onere per l’utenza che l’impegno a raggiungere insieme l’obiettivo terapeutico. Ma a parte piccole e sporadiche realtà geograficamente molto distanti dalla nostra, come quella toscana del Centro di Medicina Integrata nell’Ospedale di Pitigliano, ci sembra che l’attuale programmazione ministeriale dell’offerta sanitaria sposi una visione che non valorizza adeguatamente l’autonomia decisionale del cittadino, non ne tutela il diritto a ricevere una vera educazione alla salute, e non partecipa attivamente alla rimozione di quei fattori di rischio individuali e collettivi che troppo spesso pregiudicano la possibilità di mantenerci sani a lungo.